Nel Content Marketing abbiamo spesso un problema: vogliamo raccontare solo la versione migliore di noi stessi.
Il progetto riuscito.
Il cliente soddisfatto.
Il risultato raggiunto.
La foto perfetta.
La storia con il lieto fine.
Ma un brand costruito esclusivamente sulla perfezione rischia, paradossalmente, di diventare meno credibile.
Perché le persone sanno che dietro ogni professionista e ogni impresa ci sono anche difficoltà, errori, dubbi, tentativi, cambi di direzione e giornate in cui le cose semplicemente non funzionano come vorremmo.
E raccontare anche questo non significa indebolire il proprio brand.
Significa renderlo umano.
Naturalmente autenticità non vuol dire raccontare tutto. E nemmeno trasformare i propri canali in un diario personale.
Significa scegliere di mostrare, quando ha senso, anche il percorso e non soltanto il traguardo.
Raccontare una difficoltà e come l’abbiamo affrontata.
Un errore e ciò che ci ha insegnato.
Un progetto che ha richiesto più tentativi del previsto.
Una scelta difficile che abbiamo avuto il coraggio di fare.
È lì che spesso nasce la parte più interessante del contenuto.
Perché la vulnerabilità, quando è consapevole, pertinente e coerente con il proprio posizionamento, genera vicinanza. E la vicinanza genera fiducia.
Vale per le persone.
Vale anche per i brand.
Nel Content Marketing, quindi, non chiederti sempre:
“Questo contenuto mi fa apparire perfetto?”
Chiediti piuttosto:
“Questo contenuto mi fa apparire vero, credibile e riconoscibile?”
Perché le persone difficilmente costruiscono una relazione con la perfezione.
Costruiscono relazioni con ciò in cui riescono a riconoscersi.
Ed è anche questo uno dei principi che racconto nel mio libro “Strategia, Voce e Anima”: un brand autentico non deve costruire una maschera perfetta. Deve avere il coraggio di trovare una voce propria e usarla con coerenza.
Se vuoi saperne di più sul mio libro clicca qui: https://www.erfedizioni.it/libri/strategia-voce-anima/

























